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Lo statuto dei lavoratori e lo statuto della persona
Sandro Mancini
Non è sfuggito all’attenzione di alcuni commentatori il nesso che si
può ravvisare tra la vicenda odierna dell’Alfa di Pomigliano d’Arco e
il progetto governativo di revocare lo Statuto dei lavoratori; come è
noto, quest’ultimo verrebbe sostituito da uno Statuto dei lavori, di
cui la Fiat si sta facendo apripista proprio nella fabbrica napoletana,
nonostante le smentite che si susseguono da parte confindustriale.
Come ha affermato Gallino, nel progetto della Fiat per la fabbrica
napoletana si intrecciano due fattori: da un lato l’esigenza di portare
la produttività della stessa al livello degli standard internazionali,
al di sotto dei quali non è più remunerativo produrre autovetture;
dall’altro lato la volontà di far leva sulle difficoltà locali per
portare un attacco a livello nazionale alla stessa istituzione del
contratto nazionale, il che a sua volta apre la via a una messa in
discussione della stessa esistenza dei diritti dei cittadini sul luogo
di lavoro. La portata politica, oltre che sindacale, di questa
operazione, che converge con gli altri tentativi di modificare gli
assetti costituzionali del nostro Paese, è difficilmente negabile: l’ha
indicata Cofferati in un’intervista alla «Repubblica» la settimana
scorsa.
Ritengo tuttavia che quanto sta avvenendo non comporti solo queste
implicazioni politiche ed economiche, ma anche qualcosa di più
radicale, ossia una strategia di lungo respiro mirante a incrinare lo
stesso statuto dell’essere persona, spalancando le porte ai tetri
scenari di un regime antidemocratico, in cui gli esseri umani siano
tendenzialmente ridotti ad automi.
Nulla di nuovo, si potrebbe obiettare: dal Brave New World di
Aldous
Huxley, del ’32, fino a Blade
Runner e poi a Matrix
ci siamo
familiarizzati con i paesaggi spettrali dell’antiutopia e con i sempre
più numerosi tentativi di fare qualche passo in tale direzione. Ci
siamo però dimenticati di coloro che questa tendenza hanno saputo
anticipare, perché hanno attinto dalla critica dell’economia politica
di Marx la potente leva del feticismo quale arcano della merce, per
comprendere l’insensata, nichilistica direzione di marcia di questo
processo.
Certo, gli esponenti della Scuola di Francoforte da un lato e Pasolini
dall’altro – per fare due esempi – sono ancora ben presenti nella
cultura critica, ma altre voci, non meno preziose, giacciono
nell’oblio, mentre i loro i movimenti di pensiero, se indagati, possono
essere utilmente riattivati e rivelarsi ancora provvisti di capacità
euristiche. Mi riferisco in particolare alle convergenti, ancorché
eterogenee, prospettive che emergono dagli scritti di Raniero Panzieri
pubblicati nei primi anni ’60 sui «quaderni rossi» e
dall’interpretazione della crisi della civiltà europea formulata da
Enzo Paci negli stessi anni, segnatamente in Funzione delle scienze e
significato dell’uomo, all’insegna di una ideale
convergenza tra Marx e
Husserl (al riguardo rinvio al mio L’orizzonte
del senso, Ed. Mimesis,
2005, pp. 305-334).
La lezione che Panzieri e Paci hanno tratto dal Marx del Primo Libro
del Capitale, dal Capitolo
Sesto inedito del Capitale
e del Frammento
sulle macchine dei Grundrisse
è in estrema sintesi questa: la logica
della valorizzazione del capitale esige di inglobare entro i rapporti
di produzione capitalistici dimensioni sempre nuove di vita sociale, e
per far ciò esso deve piegare la resistenza del lavoro vivo a farsi
sussumere interamente entro il modo di produzione specificamente
capitalistico, ad autointerpretarsi come epifenomeno del lavoro
astratto. Ora, questo progressivo inglobamento della plastica e
proteiforme soggettività del lavoro vivo nella monocorde e anonima
logica della valorizzazione del capitale conduce a rendere sempre più
astratta e insensata la vita degli individui.
Si potrebbe presumere che coloro che intendono contrastare tutto ciò,
demistificando l’apparenza feticistica dell’oggettività delle logiche
economiche che presiedono le trasformazioni in corso, si richiamino
alle ragioni ideali dei personalismi che hanno attraversato il ’900.
Uso il termine “personalismo” in senso molto lato (senza circoscriverlo
al controverso movimento personalistico inaugurato in Francia da
Emmanuel Mounier), e associandolo invece all’istanza marxiana del
comunismo come la società dei liberi produttori associati. Ritengo
infatti che si debba tendere a rovesciare il rovesciamento, quanto al
rapporto tra astratto e concreto, sottraendolo alla sua deformazione
capitalistica e al feticismo che lo riveste; ora, a mio parere ciò non
può non comportare il ricondurre l’impersonale al personale, e il
liberare le potenzialità utopiche insite nelle semantizzazioni del
concetto di persona che si sono succedute nella storia della civiltà
europea. Tra coloro che l’hanno fatto, ricordo Ernst Bloch, che dedicò
un’ampia opera alla rivisitazione del giusnaturalismo, mirata a
enucleare le sue potenzialità utopiche.
Tuttavia l’orientamento prevalente nella frastagliata costellazione
teorica della cultura di sinistra è opposto. Nella scia dello
strutturalismo foucaultiano e della koiné deleuziana, si tende ad
attribuire al concetto di persona un’intrinseca operatività di tipo
escludente, quindi un’ineliminabile funzione legittimante, occultata
nel suo apparente universalismo: l’effettiva operatività di questo
concetto consisterebbe nell’escludere dall’ambito dell’essere
personale, di volta in volta, classi sociali ed etnie. Così, proprio
coloro che nei nostri anni si stanno contrapponendo alla
globalizzazione, soggiacciono alle suggestioni di una via alla
liberazione che passi dall’impersonale anziché dalla personalità: una
liberazione immediata, pulsionale, che dovrebbe essere in grado, in
virtù di una qualche magia, di trasformare le moltitudini in soggetti
della trasformazione: riportato tutto ciò in fabbrica, ciò comporta una
nuova versione dell’anarcosindacalismo. Riportato invece all’ambito
universitario, ciò si traduce nell’immagine dell’«onda anomala» che
dovrebbe travolgere, velleitariamente, gli assetti del potere baronale.
La costellazione teorica che gravita sul deleuzismo si è risolutamente
lasciata alle spalle il cammino dialettico e teleologico del farsi
persona da parte dell’individuo atomizzato, così com’era inteso nei
modelli della ragione emancipativa del ’900, in nome di un salto nelle
opinate potenzialità del «transindividuale», in cui i movimenti
giovanili si possono riconoscere più facilmente, perché tale salto
mette fuori gioco gli impegnativi cardini di ogni emancipazione
ruotante sul concetto di persona: il bivio tra autentico e inautentico,
la coerenza tra mezzi e fini, la prefigurazione dei nuovi istituti di
una società liberata entro il sistema capitalistico. Sono questi
ultimi, i tratti salienti del pensiero e dell’azione di Rodolfo
Morandi, che Panzieri ha raccolto e rielaborato attrezzandosi alla
sfida di comprendere il passaggio al neocapitalismo; sono gli stessi
tratti che Paci ha saputo riproporre sulla scia di Gobetti, riannodando
i fili dell’incontro di socialismo e libertà, in un fecondo dialogo
anche col personalismo cristiano. Guardare a tutto ciò come a qualcosa
di stantio, se non addirittura di ammuffito, è a mio parere un grave
errore. Viceversa, il ridestarlo può consentire di fare un passo
innanzi rispetto al pur importante esito raggiunto dall’ultimo
Foucault: se l’individuo può contrastare questo processo solo forgiando
le “tecniche del Sé” necessarie a porsi come centro di resistenza
all’omologazione, allora un nuovo personalismo è ciò di cui abbiamo
bisogno, perché si tratta di rimettere all’ordine del giorno la
conquista della personalità, insieme all’eccedenza utopica del pensiero
di Marx, a partire dall’istanza dell’individuo multilaterale.
In questa prospettiva ci si può accostare, credo, all’ultimo originale
libro di Mario Miegge, Vocazione
e lavoro (Claudiana, Torino 2010), che
esplora le vie del pensiero protestante entro cui l’eredità calvinista
ha saputo lievitare; già il suo precedente libro Capitalismo e
modernità. Una lettura protestante (Claudiana, 2005) aveva
invalidato
il cliché imposto da Max Weber di una coappartenenza essenziale tra
calvinismo e spirito del capitalismo. Nel nuovo libro Miegge
approfondisce la pars construens del precedente saggio, valorizzando
l’istanza calvinista del carattere vocazionale del lavoro; riaffermare
la crucialità della “chiamata” oggi pone ciascuno di noi al cospetto
delle responsabilità da assumere dinanzi all’avvenire del genere umano
e della Terra (per i credenti anche al cospetto di Dio). Gli operai che
a Pomigliano hanno votato no al referendum lo hanno fatto, e lo faranno
coloro che si leveranno a contrastare lo smantellamento dello Statuto
dei lavoratori.
[22 luglio 2010]
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