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Brecht
nonostante tutto.
L’opera da tre soldi di Bob Wilson al Berliner
Ensemble
Maria Vittoria Tirinato
1. Sulla
sopravvivenza e gli sviluppi dell’eredità
brechtiana nel teatro del secondo Novecento, fino alle esperienze
più recenti di «performance epica» cfr.
V. Valentini, Teatro epico e nuovo teatro, in «Cultura
tedesca», n. 36, 2009, pp. 123-144. Nei primi giorni di febbraio il Berliner Ensemble ha ospitato la
Dreigroschenoper
nell’allestimento di Bob Wilson. Lo
spettacolo era circolato in Italia nella stagione 2008-2009 ed era
stato premiato al Festival di Spoleto. Non a torto: Wilson rappresenta
Brecht iuxta propria
principia ma attraverso dispositivi
tecnico-formali che riattivano l’effetto di straniamento.
L’operazione non è irrilevante, se è
vero che la coincidenza di scena e mondo promossa dalla cultura
televisiva ha messo fuori gioco le tecniche di distanziamento critico e
de-familiarizzazione su cui si fonda la Verfremdung. La
drammaturgia
brechtiana ha avuto esiti e influssi, più o meno
consapevoli, su tutta la produzione teatrale del secondo Novecento;
d’altra parte la sua canonizzazione ha contribuito ad
amputarne la complessità1 e così a mutarne i
connotati in direzione di un generico “impegno”,
buono per ogni stagione. Molte degli adattamenti e delle messe in scena
italiane più recenti e prestigiose confermano queste
ipotesi: il contenuto che sta a cuore al regista è imboccato
al pubblico attraverso video, elementi scenici o testi e musiche
immediatamente riconducibili all’attualità. Lo
spettatore non deve fare altro che riconoscere il già noto
e, se ancora può, rispondere a stimoli emotivi. Wilson
compie il percorso inverso. Sembra aver compreso che non occorre
attualizzare Brecht per farlo funzionare. Diremo meglio: il suo
allestimento oscilla consapevolmente fra rispetto e violazione della
“norma” brechtiana. La storia e la cultura
intercorse fra l’origine del dramma brechtiano e noi non sono
cancellate né ignorate, ma scandagliate e in parte
riutilizzate come strumenti di critica. La tecnica del montaggio entra
in scena con Ejzenštein e Vertov ma il cinema è
presente anche attraverso Tod Browning e Chaplin, citato esplicitamente
nella scena dell’evasione di Mackie Messer. Non si tratta di
manierismo, piuttosto di variazioni e inserti minimi ma essenziali: il
dramma che ci aspetteremmo è là, con tutti i suoi
attributi specifici, eppure non è più esattamente
quello. Le tecnologie del suono e della luce, marca stilistica di
Wilson e del teatro sperimentale dell’ultimo ventennio,
servono a potenziare e moltiplicare questo effetto. Se le musiche di
Weill sono eseguite da una piccola orchestra con perfetta aderenza
all’originale e il testo di Brecht non subisce modifiche, i
costumi e il trucco, pur coerenti con l’ambientazione
londinese anni Venti, sono enfatizzati in chiave caricaturale (si
direbbe che Wilson abbia negli occhi gli schizzi weimariani di Grosz,
in mostra a Berlino negli stessi giorni).
La recitazione segue gli
stessi criteri: i personaggi sono persino troppo se stessi, il
continuum
dei gesti e delle voci è interrotto da effetti che
accrescono l’impressione di artificio. Così, ad
esempio, i discorsi di Peachum sono sempre contrappuntati dal suono da
cartoon di una cassa meccanica che inghiotte monete; la reiterazione
ossessiva di gesti e toni, esemplare il caso della signora Peachum,
sembra alludere alla sintomatologia della nevrosi da alienazione. A
distanza di circa un secolo dalla prima messa in scena
dell’Opera da
tra soldi Brecht incontra Beckett con buona
pace delle distinzioni fra arte autonoma e arte impegnata. Con i
riferimenti al cinema, al fumetto, alle arti visive Wilson prosegue
l’erosione delle barriere disciplinari fra le arti e punta
l’attenzione, con la critica più recente,
sull’importanza dell’immagine nell’arte
brechtiana. Soprattutto, però, mette in funzione lo
straniamento non solo sulle situazioni e i contenuti posti in scena da
Brecht, ma su Brecht stesso. Lo spettatore è così
distanziato dal classico che in qualche modo, col fatto stesso di
sedere in teatro – a maggior ragione nello storico Theater am
Schiffbauerdamm – sta celebrando. Le strategie formali hanno
allora l’effetto di divertire e al tempo stesso di
sottolineare la distanza che ci separa dalla Dreigroschenoper:
solo
così diventa possibile prendere sul serio i conflitti che
essa rappresenta e chiedersi se ci riguardino ancora, e in che modo.
note
[10 marzo 2010]
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